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Antifascisti medi, mutui e SUV

Antifascisti medi, mutui e SUV

Una foto sociologica dell’antifascismo universitario

«Al 90% il militante antifascista universitario a trentacinque anni ha un mutuo, una famiglia, un SUV e vota PD perché “bisogna essere pragmatici”»: questa frase, secca, è un’immagine sociale più vera di molti rapporti ISTAT. Non è un’invettiva moralistica, ma una diagnosi sommaria di un processo di trasformazione silenziosa: quello slancio universitario che sembrava ribellione, oggi, è distribuito in condomini, mutui, contratti a tempo indeterminato e scelte “di centro‑sinistra”.

Quello che stiamo osservando non è solo un cambiamento individuale, ma il modo in cui il **collettivo universitario sinistro**, nelle sue varie incarnazioni, soddisfa bisogni di identità prima ancora che di visione politica. Quando il protagonista di questa narrazione arriva alla soglia dei 35 anni, l’antagonismo giovanile si è consumato come vernice sulla tappezzeria di una vita borghese in miniatura.

1.1 Il “soldato da bivacco”

Il militante universitario antifascista, nei suoi anni di bellicosa adolescenza, funziona come un **soldato da bivacco**: occupazione, corteo, slogan, aggressività verbale contro “i fascisti”, gestualità da stadio, tutto questo non è un programma politico, ma un **copione di identità**. Nel collettivo sinistro universitario esistono tutti gli ingredienti per una identità ad alta adrenalina:

  • un nemico immediatamente individuabile (“i fascisti”);
  • un vocabolario preconfezionato, trasferito da assemblee, volantini, hashtag;
  • una “banda” di riferimento, con relazioni di riconoscimento reciproco;
  • la sensazione di essere “dalla parte del giusto” senza aver mai dovuto misurarsi seriamente con il potere.

La parola chiave per capirlo non è “politica”, ma **appartenenza**. Quello spazio (l’università, i centri sociali di sinistra, i gruppi extraparlamentari) non chiede:
- un’analisi delle strutture,

  • un confronto con il lavoro,
  • uno studio serio dei meccanismi economici,
  • una rinuncia strutturale a privilegi personali.

Esige soltanto di urlare nel posto giusto, per qualche anno, con le persone giuste.


2. Il passaggio dalla scena alla vita vera

2.1 Coorte e destino sociale

Il giovane che a 20 anni occupa aule e grida contro “il fascismo” è, con buona probabilità, venuto da un contesto piccolo‑borghese: liceo classico o scientifico, città di medie dimensioni, genitori con titolo di studio medio‑alto, discorso domestico fortemente politicizzato, spesso centrato sulla Resistenza e sul PD come “garante” dell’ordine democratico. In questo quadro, il conflitto con “i fascisti” non è un’opzione marginale, è un **rito di passaggio annuale**, come gli esami universitari, le tesi di laurea e i praticantati.

Arrivato ai 30‑35 anni, il giovane ex‑militante affronta un divorzio interno: la sua identità antifascista era costruita su un’ambientazione che, nel passato, sembrava stabile. Oggi, però, il sistema che lui accusava all’età di 20 anni è diventato il contenitore delle sue scelte. Non c’è rottura, ma adattamento: il mutuo, il SUV, il lavoro stable, la famiglia, sono le condizioni materiali del suo “pragmatismo”.

Se il giovane, a 20 anni, viveva politicamente tra assemblea e corteo, a 35 “vive il politically correct”, come osservava Zygmunt Bauman a proposito degli intellettuali della sinistra: non è più il critico radicale, ma il custode di un ordine che giudica troppo pericoloso perdere.

2.2 La trasformazione dell’odio

L’odio viscerale che nutriva verso “i fascisti” non svanisce: si trasforma, si decentra, produce nuove forme di astio, ma non più contro lo Stato o il sistema, bensì contro chi appare come antagonista esterno** al proprio ordine interno.

  • L’altro è colui che “rompe l’ordine legalitario”;
  • è chi “incide su ciò che si è costruito”, che minaccia il mutuo, la sicurezza dell’abitazione, la stabilità del lavoro;
  • è chi parla di “rifiuto dello Stato” o di “non allineamento” in modo autentico, senza voler diventare l’ennesimo funzionario locale.

In questo processo, l’universitario che a 20 anni si sentiva eroico e furioso evolve in un cittadino critico ma “responsabile”, che vota PD non come atto di trasformazione, ma come atto di conservazione controllata** del sistema. In pratica, il **sistema che lui accusava** finisce per essere lo stesso che lui contribuisce a gestire, con l’argomento “si tratta di esser pragmatici”.

Per Marcuse, “la società borghese è in grado di incorporare le rivoluzioni”, e la storia del militante antifascista universitario ne è un esempio perfetto. Non è stato sconfitto: è stato assorbito, con un’etichetta diversa.

2.3 Il “non si è cambierà” mascherato

Il soggetto che abbiamo descritto non ammette alcun mutamento della propria identità. Puoi incontrarlo in una associazione culturale di destra, ascoltare la sua storiella, e ti sentirai raccontare che: «sono sempre stato di sinistra, solo che ho capito l’importanza di difendere le conquiste storiche». Nulla sarebbe più vero:

  • non è più “di sinistra” nell’accezione di lotta sociale,
  • ma è “di sinistra” nel senso di difesa di un patrimonio acquisito (immobile, status, sicurezza).

Questo passaggio, come notava Norberto Bobbio, è la tipica metamorfosi di chi passa dalla **critica radicale** alla **difesa conservatrice di un ordine nato dal proprio impegno giovanile**. Ai 30 anni, il “radicale” diventa il “custode del buon ordine”, col voto PD a confermare la sua appartenenza a un sistema che non smetterà di ringraziarlo per quello che lui una volta sapeva di distruggere.

Non è un paradosso: è il risultato di un’offerta ideologica che, per anni, ha proposto:

  • critica senza sacrificio,
  • odio senza ascolto,
  • slogan senza studio.

Il collettivo sinistro, in molti casi, non ha chiesto ai propri membri di studiare Marx, Arendt, Foucault, o di confrontarsi con il Weber economico‑politico, ma di ripetere, con passione, i contenuti di un vocabolario congelato.


3. Il collettivo universitario come “teatro politico”

3.1 Il teatro della sinistra

Il collettivo universitario sinistro funziona, in larga parte, come un **teatro politico**. Offre:

  • un copione di fraseggio,
  • ruoli codificati (chi “parla in assemblea”, chi “porta il megafono”, chi “sta nei retrobottega”)
  • un pubblico riconoscibile.

In questo contesto, il militante è attratto non dall’idea di trasformare il mondo, ma dal fatto di **sentirsi, per un’ora, parte di qualcosa di più grande di sé**. Occasionalmente, il “qualcosa di più grande” è solo un gruppo di 30 persone, ma nel racconto di sé quel gruppo diventa un “focolaio di resistenza”.

Per Erving Goffman, le istituzioni totali e i gruppi di appartenenza fungono da “teatri” in cui l’individuo recita il proprio ruolo. Nel collettivo universitario sinistro, l’individuo si immedesima in un personaggio: l’antifascista, il “rotschwarzen”, il “giovane di sinistra”, senza dover mai confrontare la parte recitata con una reale analisi del potere.

3.2 Nessuna elaborazione, nessuna rinuncia

È qui che emerge con chiarezza la critica centrale dell’incipit: l’antifascismo universitario, in questa forma, non chiede né elaborazione, né rinuncia concreta.

Non ti chiede di studiare la storia economica, non ti chiede di comprendere il nesso tra Stato sociale, debito, finanza globale, ma ti chiede soltanto:

  • di partecipare all’occupazione,
  • di entrare nel corteo al momento giusto,
  • di urlare gli slogan.

Questo, per un giovane, è paradossalmente più sicuro che approfondire le strutture del potere, perché non richiede di cambiare stile di vita, scelte di campo, abitudini alimentari, legami affettivi, consumo culturale. Ecco perché il vero passaggio alla “vita vera” comporterà necessariamente la **sostituzione dell’identità con il destino**.

Per lo studioso di religioni Victor Turner, i “riti di passaggio” sono momenti in cui l’individuo abbandona il sé puberale per assumere il ruolo adulto. Nel caso del militante universitario, il rito di passaggio consiste nell’abbandonare il teatro collettivo sinistro per partecipare al teatro del lavoro, del mutuo e del voto pragmatico.


4. Il destino borghese e la retorica della sinistra

4.1 “La borghesia è il mio destino”

Nella narrativa popolare, la sinistra ha sempre immaginato di “essere il grido dei vinti”, ma la storia del militante universitario antifascista ci mostra, al contrario, il **winners story** della borghesia italiana in miniatura. Arrivato ai 35 anni, il soggetto di questa vicenda si accorge, senza dirlo a se stesso, che la borghesia non era un nemico, ma l’**unico orizzonte materiale possibile**.

Questo destino, tuttavia, è accompagnato da una persistente narrazione:

  • “siamo ancora di sinistra”,
  • “dobbiamo contenere questo o quel rischio»,
  • “è il momento della responsabilità”.

La sinistra, diventata PD, diventa il **guardiano di una identità che non è più trasgressiva, ma cautelativa**. Il giovane, una volta ribelle, diventa il **garante del proprio benessere**,

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