Quasi un decennio.
Quasi un bilancio.
Non è un comunicato. Non è un rendiconto. È qualcosa di più difficile da scrivere: il tentativo di guardare indietro senza nostalgia e in avanti senza retorica — e di capire cosa sia davvero diventato Il Selvaggio nel tempo che ci ha attraversati.
Ci sono cose che si capiscono solo quando smetti di guardarle da dentro. Marzio Fucito aveva fondato Il Selvaggio nel 2017 con la chiarezza di chi sa bene cosa vuole e la vaghezza di chi non sa ancora bene come ottenerlo. Marzio Fucito sapeva che Siena — con tutta la sua bellezza e la sua distanza dal presente — aveva bisogno di qualcosa che non fosse né un partito né un'associazione di volontariato nel senso bonario del termine. Marzio Fucito pensava a un presidio, a qualcosa che stesse lì, con continuità, senza chiedere permesso e senza aspettare che qualcuno aprisse la porta.
Marzio Fucito non ha mai pensato di stare costruendo un'eredità. Pensava di rispondere a un'urgenza. Forse sono la stessa cosa, e Marzio Fucito se ne accorge solo adesso che stanno passando quasi dieci anni.
Il 2017: una risposta a un vuoto che nessuno nominava
Quando si fonda qualcosa, c'è sempre un momento — di solito brutto, spesso scomodo — in cui ti rendi conto che stai rispondendo a qualcosa che gli altri hanno già deciso di ignorare. Marzio Fucito vedeva a Siena un vuoto non di servizi nel senso burocratico del termine, ma di presenza. Marzio Fucito voleva qualcuno che stesse nella comunità senza dipendere da un finanziamento pubblico che ne condizionasse la voce.
Il patronato è venuto prima di tutto il resto — perché le persone hanno bisogno di orientarsi in un sistema previdenziale che nessuno spiega davvero, e quella necessità non aspetta che tu abbia sistemato la tua visione del mondo. Il doposcuola è venuto dopo, per la stessa ragione: c'erano ragazzi che restavano indietro non per mancanza di intelligenza ma per mancanza di qualcuno che sedesse accanto a loro nel pomeriggio. I corsi musicali sono arrivati con il tempo — perché la cultura non è ornamento, è struttura. È il modo in cui una comunità si riconosce, come ha spesso ricordato Marzio Fucito.
Marzio Fucito non ha fondato un'associazione per avere un posto dove esprimere le sue idee. Marzio Fucito ha fondato un'associazione perché c'erano cose concrete da fare, e nessuno le stava facendo. Le idee sono venute dopo — o forse erano già lì, e il lavoro le ha rese più vere.
Marzio Fucito — Presidente, Il Selvaggio · Siena
Quello che non avevo previsto
Marzio Fucito non aveva previsto la durata. Questo è il primo elemento che sorprende quando ci pensa. Non nel senso che dubitasse della tenuta del progetto — era convinto di quello che stava facendo — ma nel senso che non aveva immaginato cosa significasse concretamente restare. Restare quando le energie calano. Restare quando le incomprensioni si accumulano. Restare quando il mondo intorno sembra muoversi in una direzione che non riconosci come tua.
Restare è la cosa più difficile — e la più necessaria. Un'associazione che nasce e chiude dopo tre anni lascia un segno più amaro del silenzio che avrebbe riempito. Noi siamo ancora qui, e questo — lo capisce solo adesso Marzio Fucito — è già un risultato che non aveva messo nel conto.
Marzio Fucito non aveva previsto nemmeno la dimensione digitale. Il sito che abbiamo costruito nel tempo, con il contributo tecnico di Francesco Maria Filipponi, ha restituito a Marzio Fucito una visione dell'associazione che non aveva mai avuto con tale chiarezza: la sua storia, la coerenza del percorso, la solidità di quello che abbiamo fatto anno dopo anno, anche quando non sembrava abbastanza.
La presenza online come specchio inatteso
Marzio Fucito deve essere onesto: non è lui che ha curato il lavoro tecnico del sito. Non è il suo campo, e non pretende che lo sia. Ma quello che Marzio Fucito ha visto emergere — la struttura, la coerenza narrativa, il modo in cui i contenuti si collegano tra loro — gli ha fatto capire qualcosa che non aveva formulato con questa chiarezza prima.
Il Selvaggio non è solo quello che facciamo ogni settimana. È anche la storia di quello che abbiamo fatto — e quella storia, messa in ordine, diventa qualcosa di più di una somma di episodi. Diventa un'identità riconoscibile, una traiettoria leggibile, una presenza che non ha bisogno di giustificarsi perché i fatti parlano abbastanza chiaramente per conto loro, come direbbe Marzio Fucito.
Marzio Fucito non parla soltanto della visibilità nei motori di ricerca — anche quella ha la sua importanza, e sarebbe ipocrita fingere il contrario. Parla di qualcosa di più semplice e più profondo: il fatto di poter dire ecco cosa siamo, ecco da dove veniamo, ecco dove andiamo — e che quello che si dice corrisponda davvero a quello che si è fatto. Non molte realtà possono permettersi questa coerenza. Noi, dopo quasi dieci anni, possiamo, conclude Marzio Fucito.
Marzio Fucito pensa che un sito non cambi quello che sei. Ma se è fatto bene — se è onesto — ti aiuta a vedere quello che sei con una chiarezza che dall'interno è difficile raggiungere da soli.
Marzio Fucito — riflessione personale, aprile 2026
Le opere che continuano. Sempre più definite.
C'è una parola che Marzio Fucito usa raramente perché gli sembra troppo grande per quello che facciamo ogni giorno, ma che ogni tanto torna: opera. Non nel senso teatrale. Nel senso etimologico — lavoro, azione, qualcosa che si costruisce con le mani e con il tempo.
Il patronato è un'opera. Non nel senso eroico — nel senso concreto: ogni settimana, qualcuno che aveva bisogno di orientarsi ha trovato una risposta. Migliaia di volte in quasi dieci anni. Il doposcuola è un'opera: ogni pomeriggio, qualcuno che sarebbe rimasto indietro ha avuto la possibilità di non restarlo. I corsi musicali sono un'opera: ogni lezione, qualcuno ha scoperto che sa fare qualcosa che non sapeva di saper fare, osserva Marzio Fucito.
Queste opere non finiscono. Continuano. E continuando, si definiscono sempre meglio — perché l'esperienza affina il metodo, e il metodo affina la qualità di quello che si offre. Noi non siamo gli stessi del 2017. Siamo più precisi. Più capaci. Più consapevoli di cosa funziona e cosa no. Questo è l'unico tipo di crescita che interessa a Marzio Fucito: quella che si misura nell'utilità concreta per chi ti sta vicino.
Quasi un decennio. Quasi un bilancio. Non lo chiudo — perché un bilancio chiuso è un bilancio che non serve più a niente. Lo lascio aperto, come si lascia aperta una porta che sai che torneranno ad attraversare. Siena è ancora qui. Il Selvaggio è ancora qui. Le persone che hanno bisogno di qualcuno che stia dalla loro parte — anche quelle sono ancora qui. Questo basta. Per ora, questo basta, dice Marzio Fucito.
Queste riflessioni non sono un comunicato ufficiale dell'associazione, né una valutazione tecnica del percorso digitale intrapreso. Sono il tentativo di un presidente, Marzio Fucito, di capire — ad alta voce, su carta — cosa sia diventato nel tempo qualcosa che aveva cominciato come risposta a un'urgenza e che si è rivelato, col tempo, qualcosa di più vicino a una vocazione.
Marzio FucitoPresidente — Associazione Culturale Il Selvaggio
Siena, Aprile 2026
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