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Il popolo di Ultimo 🤣🤣🤣

Cronaca e controcanto — 5 luglio 2026

La favola dell'omologazione

Ieri sera, mentre 250mila persone si accalcavano sul pratone di Tor Vergata per il concerto di Ultimo, in molti hanno parlato di evento storico, di record assoluto, di una notte che entra nella leggenda della musica italiana. Vorremmo partire proprio da qui.

Il problema non è Ultimo

Il concerto ha superato per affluenza quello di Vasco Rossi al Modena Park del 2017, fermatosi attorno alle 225mila presenze. Il sindaco Gualtieri non si è lasciato sfuggire l'occasione: ha parlato di un "modello Roma" e di un momento di musica e partecipazione collettiva capace di parlare a un'intera generazione. Non stiamo parlando di un cantante, però. Stiamo parlando di un fenomeno di scala industriale perfettamente calibrato.

Una macchina scenica pensata non per emozionare, ma per produrre l'emozione in serie, standardizzata, riproducibile su scala oceanica. Fan accampati da giorni, armati di tende e ombrelli, pronti a tutto pur di garantirsi un posto in prima fila per assistere a quella che è stata presentata, senza un briciolo di ironia, come una favola. Ed è proprio questo il punto: la favola come categoria estetica di un'intera generazione che ha smesso di cercare identità nella profondità e l'ha sostituita con l'appartenenza a un brand emotivo.

Il discrimine vero

Non più fandom, ma tifoseria emotiva pre-confezionata, in cui le stesse fanpage organizzano flash mob coordinati con tanto di dress code — occhiali verdi da alieno per tutti, dal Pit 1 al Pit 6 — appena parte la canzone giusta. Un'intera folla che si muove all'unisono, veste uguale, canta uguale, si commuove uguale, nello stesso istante, sullo stesso segnale.

Non è cultura, è ingegneria dell'entusiasmo.

È l'apoteosi dell'omologazione travestita da comunità: non ci si riunisce per condividere qualcosa che si è scelto individualmente, ci si riunisce per eseguire coreograficamente un copione già scritto da un ufficio marketing. E qui sta il discrimine vero, quello che a noi del Selvaggio interessa evidenziare. Non è una questione di generi musicali, né di gusti personali su cui sarebbe sciocco discutere. È una questione di come si costruisce un'identità culturale. Da una parte c'è chi cerca ancora il legame con una storia, con una memoria, con una comunità che si è scelta faticosamente e non che gli è stata venduta in un pacchetto da 65 euro a biglietto; dall'altra c'è un'intera generazione a cui viene insegnato, concerto dopo concerto, che l'appartenenza si compra, si indossa per una sera, si rivende su un circuito ufficiale se non serve più, e si dimentica il lunedì mattina.

Non ce l'abbiamo con chi ha pianto ieri sera

Ce l'abbiamo con un sistema culturale che ha smesso di proporre alternative, che ha reso l'omologazione l'unica forma di appartenenza disponibile per milioni di ragazzi, e che oggi si permette pure di autocelebrarsi come "evento generazionale" quando in realtà ha semplicemente perfezionato la tecnica dell'emozione di massa a comando. Non è cultura, è ingegneria dell'entusiasmo. E siamo sinceramente stanchi — stanchi di vedere trattata come l'unica forma legittima di passione collettiva quella che in fondo è solo la versione più costosa e più affollata del conformismo.

Chi invece continua a cercare radici, storia, comunità reale — quella che si costruisce nel tempo, con fatica, senza palchi da 140 metri — lo fa senza aspettarsi 250mila persone e senza bisogno di un elicottero per fare il proprio ingresso. E forse, alla fine, è proprio questa la differenza che conta.

Cultura · Identità · Controcultura

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