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Editoriale · Posizione del responsabile editoriale

Editoriale · Posizione del responsabile editoriale

Né fascista né conformista:
la mia identità politica tra ordine, libertà e paradosso

Una riflessione onesta e senza filtri su cosa significhi, oggi, sentirsi radicalmente contrari al pensiero woke e all'ideologia dem, difendere legalità e ordine pubblico, moderare i flussi migratori — e tuttavia non riuscire, né volersi, definire fascista. Un paradosso tutto italiano, tutto umano.

Di  ·   ·  Il Selvaggio

Il fastidio verso le ideologie dem e woke

Esiste in me — e sospetto in molti che leggono queste pagine — una forma di insofferenza viscerale, cresciuta di anno in anno, verso ciò che oggi viene comunemente etichettato come pensiero woke e verso l'orizzonte ideologico della sinistra progressista di impronta statunitense, che si è diffusa capillarmente anche nel dibattito pubblico italiano. Non si tratta di un rifiuto dell'altro in quanto tale, né di nostalgia per qualcosa che non ho vissuto direttamente. È qualcosa di più preciso: il rifiuto di un sistema di pensiero che, nell'atto di proclamare la propria apertura, finisce per imporre una nuova conformità, più rigida e meno negoziabile di quelle che pretende di aver superato.

Il politically correct non mi disturba per il fine che dichiara — il rispetto della dignità umana è un valore con cui non ho nulla da obiettare — ma per il metodo: la sostituzione del ragionamento con l'etichettatura, il processo pubblico in luogo del confronto, la cancellazione in luogo della critica. Quando una cultura politica riduce ogni dissenso a una variante del male morale, ha già smesso di essere una cultura politica: è diventata una religione laica, con i suoi dogmi, i suoi eretici e i suoi roghi — per fortuna ancora soltanto simbolici.

Difendere la legalità, l'ordine pubblico e il governo dei flussi migratori non è fascismo. È, nella tradizione liberale e conservatrice europea, la premessa indispensabile di qualsiasi convivenza civile degna di questo nome.

Le mie istanze: ordine, legalità, confini

Su alcune questioni concrete la mia posizione è netta e non mi vergogno di esporla. Credo che uno Stato che non sia in grado di garantire l'ordine pubblico e il corretto svolgimento dei processi giudiziari abbia già fallito il suo compito primario, indipendentemente da qualunque aggettivo politico si voglia attribuire a chi lo governa.

Credo che la gestione dei flussi migratori sia una questione di politica pubblica legittima, non una questione morale binaria tra umanità e barbarie. Ogni Stato ha il diritto — e il dovere verso i propri cittadini — di stabilire regole chiare sull'ingresso, la permanenza e l'integrazione di chi proviene dall'estero. Questa posizione non implica odio verso nessuno: implica il riconoscimento che la convivenza ordinata richiede strutture normative funzionanti, e che la loro assenza danneggia in primo luogo le fasce più vulnerabili della popolazione, sia autoctona sia immigrata.

Per questi motivi, se dovessi collocarmi su un asse politico tradizionale, mi troverei senza dubbio nell'area che viene definita di destra, e in certi tratti di destra radicale. Non me ne scandalizzo: le etichette esistono per orientarsi, non per definire una persona nella sua interezza.

Il paradosso: la famiglia, la DC e il socialismo

Eppure, devo essere onesto con me stesso e con chi mi legge: nel profondo della mia formazione agisce un contrappeso potente, che non riesco — e non voglio — ignorare. Sono cresciuto in una famiglia che ha espresso le stesse istanze morali che ho appena descritto — legalità, ordine, rispetto delle norme — ma attraverso una tradizione politica radicalmente diversa: quella della Democrazia Cristiana e di un socialismo popolare di stampo comunitario.

È un apparente paradosso tutto italiano, che chi non conosce la storia politica di questo Paese fatica a comprendere. La DC non era una forza di sinistra nel senso moderno del termine, ma era profondamente socialista nella sua attenzione al bene comune, alla coesione sociale, alla tutela dei più deboli — e al tempo stesso radicalmente conservatrice nei valori morali, nell'ordine sociale, nel senso dello Stato. Un conservatorismo solidale, lontano anni luce dal liberismo individualista e altrettanto distante dal radicalismo nazionalista.

Questa eredità agisce in me come un filtro. Quando mi avvicino alle posizioni più dure della destra contemporanea, sento qualcosa che mi trattiene: non la paura del giudizio altrui, ma un senso di inadeguatezza culturale, quasi estetica. Il fascismo — nella sua veste storica originaria e in quella delle sue derive contemporanee — ha sempre avuto qualcosa di esteticamente e moralmente grezzo che mi respinge, pur condividendo alcune delle sue preoccupazioni di fondo sull'ordine e sulla nazione.

Sono cresciuto in una famiglia ortodossamente legalitaria e al tempo stesso profondamente socialista di tradizione democristiana. Questo mi ha dato la struttura morale di un conservatore e la sensibilità sociale di un riformista. Il fascismo non trova posto né nell'una né nell'altra.

Sciogliere il nodo: la categoria del conservatore liberale

Come si chiama, allora, questa posizione? Come si nomina chi difende la legalità e l'ordine con la fermezza di un conservatore, teme l'immigrazione incontrollata con la concretezza di un sovranista, rifiuta il conformismo woke con la lucidità di un liberale classico, ma porta in sé la sensibilità sociale della tradizione cattolico-democratica e prova pudore — non vergogna, pudore — davanti all'etichetta fascista?

La risposta più precisa, dal punto di vista della storia delle idee, è quella del conservatore liberale — una categoria che in Italia ha faticato a trovare espressione autonoma, schiacciata com'era tra il blocco democristiano e le polarizzazioni della Guerra Fredda. È la tradizione di chi crede che la libertà individuale e l'ordine sociale non siano valori in contraddizione, ma si sostengano a vicenda: che senza ordine non vi sia libertà reale, e che senza libertà l'ordine diventi oppressione.

Il pudore che avverto davanti alla parola fascismo non è debolezza né contraddizione: è, al contrario, il segnale di una formazione intellettuale che sa distinguere tra le istanze — legittime — di ordine e legalità e la forma storica, autoritaria e totalitaria, in cui queste istanze si sono un giorno corrotte. Non voglio il fascismo: voglio ciò che il fascismo ha promesso e non ha mai mantenuto, né avrebbe potuto mantenere per via della sua stessa natura.

E ciò che il fascismo ha promesso — sicurezza, identità, coesione, rispetto delle norme, dignità nazionale — è perseguibile, e perseguito da decenni, in molte democrazie europee senza che nessuno si sogni di chiamarle regimi. Si chiama governo conservatore, si chiama destra democratica, si chiama, in certi casi, destra radicale che ha scelto di giocare dentro le regole del gioco istituzionale.

Conclusione: un'identità composita, non una contraddizione

Il paradosso con cui ho aperto questa riflessione non si risolve scegliendo un'etichetta. Si risolve accettando che le identità politiche adulte sono quasi sempre composite, stratificate, sedimentate da esperienze familiari, culturali e biografiche che nessuna casella elettorale riesce a contenere per intero.

Sono contrario al wokismo e all'ideologia dem non perché mi piaccia opporre un'identità a un'altra, ma perché li trovo intellettualmente disonesti e politicamente pericolosi nella misura in cui pretendono di avere il monopolio della sensibilità morale. Sono favorevole all'ordine pubblico, alla legalità, al governo dell'immigrazione perché ritengo queste non posizioni di destra, ma premesse di qualsiasi ordinamento civile serio. Provo pudore davanti al fascismo non perché abbia paura del giudizio altrui, ma perché la mia formazione mi ha insegnato che l'ordine senza libertà è tirannia, e che la nazione senza il rispetto dell'individuo è una gabbia dorata.

Su questo blog continueremo a ragionare senza infingimenti, senza il timore di essere scomodi — ma anche senza l'arroganza di chi crede di avere già tutte le risposte. La complessità non è un difetto del pensiero: è la sua forma più onesta.

Questo articolo esprime la posizione personale del responsabile editoriale de Il Selvaggio e non impegna necessariamente tutti i collaboratori della testata. Il dibattito aperto e il confronto tra sensibilità diverse restano il metodo fondante di questa pubblicazione.

Il Responsabile Editoriale · Il Selvaggio · Arcevia, Aprile 2026

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