Essere
Il Selvaggio
oggi.
Un nome che dà fastidio. Una presenza che non chiede permesso. Una realtà che esiste dal 2017 nonostante tutto — e forse proprio per questo.
C'è un certo tipo di persona — istruita, progressista, digitalmente alfabetizzata — che appena sente il nome Il Selvaggio abbassa automaticamente le palpebre di mezzo centimetro. Un riflesso condizionato. Quella microespressione che precede il giudizio già formato, il cassetto già aperto, l'etichetta già incollata. Fascista. Nostalgico. Pericoloso. Da sorvegliare. Quella persona non ha ancora letto una riga di quello che scriviamo. Non conosce Marzio Fucito, non sa dove si trova la nostra sede, non ha mai parlato con nessuno dei ragazzi che frequentano il doposcuola gratuito che gestiamo da anni nel cuore di Siena. Ma sa già tutto. O crede di sapere.
Questo articolo è scritto per quella persona. Non per convincerla — sarebbe tempo sprecato e ambizione mal riposta. Ma per darle la soddisfazione di leggere qualcosa che non si scusa di esistere.
Il nome come atto politico
Il Selvaggio fu il titolo di una rivista che Mino Maccari pubblicò tra il 1924 e il 1943 — anticonformista, irriverente, graficamente violenta, politicamente inclassificabile nel senso in cui oggi si usa quella parola. Era fascista nel contesto storico in cui operava, ma era soprattutto scomoda: scomoda per il conformismo borghese, per la retorica ufficiale, per chiunque preferisse l'ordine decorativo alla verità tagliente.
Quando nel 2017 abbiamo scelto quel nome per la nostra associazione senese, non lo abbiamo fatto per nostalgia di un regime — sarebbe storicamente disonesto e politicamente stupido. Lo abbiamo fatto perché quella parola — selvaggio — contiene ancora oggi qualcosa che manca nel dibattito pubblico italiano: la disponibilità a essere fuori posto. A non stare nel recinto. A dire cose che fanno alzare le palpebre di mezzo centimetro.
Un nome è un programma. Il nostro programma non prevede addomesticamenti.
Siamo stati fondati nel 2017 senza chiedere il permesso a nessuno. Continueremo a esistere con la stessa indifferenza verso chi avrebbe preferito che non lo facessimo.
Il conformismo dell'anticonformismo
Il paradosso più divertente del panorama culturale contemporaneo è che i più feroci custodi del conformismo si presentano come ribelli. Il pensiero progressista mainstream — quello che occupa le redazioni, le cattedre, i palchi dei festival letterari — ha costruito negli ultimi vent'anni un sistema di esclusione sofisticatissimo, capace di marginalizzare il dissenso senza mai ricorrere alla censura esplicita. Non si vieta. Si ignora. Si dequalifica. Si associa automaticamente a qualcosa di oscuro e di già condannato.
In questo sistema, un'associazione culturale senese che si chiama Il Selvaggio, che parla di identità nazionale senza imbarazzo, che considera la memoria storica un valore e non una patologia da elaborare — questa associazione non può esistere in modo neutro. O si scusa, o viene attaccata. Tertium non datur.
Noi abbiamo scelto la terza opzione che non dovrebbe esistere: andare avanti senza occuparci di nessuna delle due.
Dal 2017 a oggi: Patronato aperto a chiunque ne abbia bisogno. Doposcuola gratuito per chi non può permetterselo. Corsi musicali per chi vuole imparare. Nessuna tessera richiesta. Nessuna professione di fede preliminare. Solo la disponibilità a fare qualcosa di concreto per la comunità senese — mentre altri discutono di cosa sia lecito pensare.
Identità come servizio, non come spettacolo
C'è una distinzione che raramente viene fatta nel dibattito sull'identità culturale, e che invece è fondamentale: quella tra chi usa l'identità come performance e chi la usa come fondamento.
La performance identitaria è il prodotto tipico dell'epoca digitale: bandiere sventolate sui social, frasi lapidarie, provocazioni calibrate per l'algoritmo, indignazione esibita. Dura il tempo di un ciclo di notizie. Non costruisce nulla. Non serve nessuno. Soddisfa soltanto il bisogno di sentirsi dalla parte giusta — qualunque essa sia.
Il Selvaggio di Siena non è nato come performance. È nato come risposta a un vuoto concreto nel tessuto civico di una città che, come molte città italiane di medie dimensioni, aveva perso progressivamente i suoi punti di riferimento comunitari. Il patronato serve famiglie che non sanno come orientarsi nelle pratiche previdenziali. Il doposcuola serve ragazzi che altrimenti resterebbero indietro. I corsi musicali servono a costruire un'appartenenza che non passa per gli schermi. L'identità che professiamo si misura in ore lavorate, non in post pubblicati.
Chiamateci pure fascisti, se vi fa sentire più al sicuro. Noi nel frattempo continuiamo a fare il doposcuola gratuito. Ogni settimana. Da anni. Senza finanziamenti pubblici e senza applausi.
Siena, il territorio, la radice
C'è un'ultima cosa che chi ci guarda dall'esterno fatica a capire, e che invece è centrale nella nostra identità: il radicamento geografico.
Il Selvaggio non è un progetto nazionale con una sede a Siena. È un progetto senese, profondamente e deliberatamente locale. Siena non è uno sfondo — è il soggetto. La sua storia, la sua dialettica civica, le sue contraddizioni, il suo rapporto con la memoria e con il presente: tutto questo è il materiale con cui lavoriamo ogni giorno.
In un'epoca in cui tutto tende all'omologazione — culturale, politica, estetica — scegliere il particolare contro il generale, il locale contro il globale, la radice contro il vento è già un atto di resistenza. Non romantica. Non nostalgica. Semplicemente ostinata.
Quello che siamo. Senza virgolette.
Siamo un'associazione culturale fondata nel 2017 da Marzio Fucito a Siena. Offriamo servizi concreti alla comunità. Abbiamo una posizione culturale esplicita e non ci vergogniamo di averla. Ci chiamiamo Il Selvaggio perché quella parola dice ancora qualcosa di vero su come intendiamo stare nel mondo: senza addomesticamenti, senza scuse preventive, senza la costante ansia di risultare accettabili a chi non ci accetterà comunque.
Se questo vi disturba, siete nel posto giusto. La scomodità, da queste parti, non è un effetto collaterale. È il punto di partenza.
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