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Esperienza editoriale

Esperienza editoriale · Pensiero libero · Identità digitale

L’esperienza diretta e indiretta
dell’editore di www.ilselvaggio.it

Ovvero: come si diventa ipertesi cercando di tenere in piedi un pezzo di pensiero libero nell’era del conformismo digitale


Agisco da tutt’altra provincia rispetto a Siena. Non ho mai spalato fango durante le alluvioni del 2022 e del 2024 — quello lo hanno fatto i ragazzi di via Santa Caterina 54, con stivali e pale e nessuna telecamera invitata. Io stavo probabilmente davanti a uno schermo, nel mezzo di una di quelle notti in cui si lavora su un sito web con la stessa ostinazione silenziosa con cui un artigiano leviga un pezzo di legno che nessuno ha ancora ordinato, ma che lui sa già dove andrà a finire.

Il mio contributo a Il Selvaggio è di natura diversa. È telematico, tecnico, editoriale. È fatto di codice HTML e di meta tag, di strutture semantiche e di ottimizzazione SEO, di scelte tipografiche e di architetture di contenuto. È fatto, soprattutto, di una convinzione: che nell’epoca in cui il pensiero unico ha imparato a usare gli algoritmi meglio di chiunque altro, costruire un presidio digitale dignitoso non sia un hobby ma una necessità civile.


L’orso e il sito

Ho lavorato a come un orso. Chi conosce il modo di lavorare degli orsi sa che non è un complimento elegante né una metafora nobile — è semplicemente la descrizione più onesta di un metodo: testardo, solitario, poco incline alla distrazione, con una certa tendenza a ignorare il calendario e le ore ragionevoli di sonno.

Ho ottimizzato il template Blogger fino a renderlo semanticamente ramificato come un albero genealogico. Ho eseguito operazioni chirurgiche di SEO che avrebbero fatto inorridire i puristi del “basta pubblicare buoni contenuti” — perché i buoni contenuti, se non li trova nessuno, esistono con la stessa utilità pratica di un manifesto affisso in un bosco. Ho curato la struttura dei dati, i tag canonici, i breadcrumb, i JSON-LD, le sitemap. Ho costruito widget di internal linking, contatori, moduli newsletter. Ho lavorato sulla portabilità mobile con la stessa attenzione che si dedica a un restauro.

Tutto questo da una provincia che non è Siena, per un’associazione che non ho fondato, per una causa che condivido nel profondo: creare un diaframma — sottile, trasparente, ma resistente — tra la società civile e quel caleidoscopio di ideologie mondialiste e pensiero unico che tende, con pazienza e metodo, ad appiattire ogni voce dissonante sotto il peso rassicurante del conformismo.


Il termine “alternativo” e il problema della proprietà delle parole

Ho dedicato molte notti a cercare di capire cosa significhi, oggi, fare informazione alternativa. Il termine è inflazionato oltre ogni limite di decenza — è stato colonizzato da sponde di pensiero che lo usano come ariete demagogico, come patente di autenticità, come brand da apporre su qualsiasi cosa purché si opponga a qualcos’altro. Il risultato è che la parola ha perso mordente, e chi cerca davvero di proporre linee di pensiero fuori dal coro si trova nella paradossale situazione di dover spiegare che no, alternativo non significa necessariamente quello che pensate.

www.ilselvaggio.it nasce proprio da questa consapevolezza. Non è un sito di opposizione sistematica. È un sito di presenza — culturale, civica, memoriale. Un sito che crede che la diversità del pensiero non sia un rischio per la democrazia ma la sua condizione necessaria.

Che ospita presentazioni di libri e cronache di alluvioni, battaglie toponomastiche e corsi di chitarra gratuiti, riflessioni storiche e resoconti di volontariato. Tutto documentato. Tutto firmato. Tutto alla luce del sole.


L’ipertensione come effetto collaterale del pensiero libero

E poi è arrivato il presidio di piazza Tolomei. E con lui, indirettamente, la conferma di qualcosa che sospettavo da tempo: che il qualunquismo ideologico abbia effetti cancerogeni a livello subliminale.

Non lo dico per metafora. Lo dico con una certa precisione clinica, avendo passato settimane a lavorare su un progetto editoriale di nicchia — convinto che la qualità del lavoro parlasse da sola — per poi ritrovarmi coinvolto, per prossimità politica presunta, in un calderone mediatico locale che non distingue tra chi era in quelle chat e chi stava costruendo meta tag alle tre di notte.

L’effetto sul sistema nervoso autonomo di chi cerca di ragionare fuori dal coro è, lo posso testimoniare direttamente: la pressione sale. Non subito, non drammaticamente — per accumulo. Per esposizione prolungata a dosi massicce di indignazione preconfezionata, di anatemi lanciati dal palco contro nemici costruiti a tavolino, di striscioni che profumano di cartone ma puzzano di pensiero unico. Per le notti passate a fumare tabacco di qualità discutibile mentre si riscrive per la quarta volta un blocco di codice che Blogger continua a rifiutare per un attributo booleano non conforme alle specifiche XML.

Il medico ha prescritto. La farmacia ha ringraziato. Io ho continuato a lavorare al sito.

L’esperienza indiretta: guardare Siena da lontano

C’è qualcosa di particolare nel seguire le vicende di una comunità da fuori. Si perde la fisicità — l’odore della città, il tono della voce delle persone, il peso specifico di un presidio in piazza. Ma si guadagna una certa chiarezza prospettica che la prossimità a volte impedisce.

Da fuori, quello che ho visto nelle cronache senesi di questi giorni è uno schema che riconosco perché è lo stesso che si replica in decine di città italiane: un fatto grave — e quello dei tredici minorenni è un fatto grave, senza attenuanti — diventa il pretesto per un’operazione di perimetrazione culturale. Si tracciano confini. Si stabilisce chi sta dentro e chi sta fuori. Si costruisce un nemico abbastanza vago da contenere chiunque risulti scomodo, abbastanza preciso da giustificare lo striscione.

Il Selvaggio è finito in quel perimetro. Non per quello che ha fatto, ma per quello che qualcuno ha deciso che rappresenta.


Cosa rimane

Rimane il sito. Rimane il lavoro. Rimane la convinzione che valga la pena — nonostante l’ipertensione, nonostante le notti, nonostante il tabacco scadente e i parser XML di Blogger — continuare a costruire uno spazio digitale dove le idee vengono argomentate, le azioni documentate e la memoria tenuta in vita senza chiederle il permesso di esistere.

www.ilselvaggio.it è lì, indicizzato, scansionabile, verificabile. Chiunque voglia sapere cosa siamo può andare a guardare. Chiunque voglia continuare a decidere cosa siamo senza guardare — almeno sappia che noi guardiamo lui.

Con la pressione un po’ alta. Ma con le idee molto chiare.


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