Passa ai contenuti principali

Il Selvaggio: scudo e spada di Siena

Identità · Memoria · Comunità · Siena

Dalle radici nordiche all’oggi: quando la memoria diventa resistenza civile e la parola diventa presidio


Nel pantheon norreno, gli dèi non erano eterni nel senso cristiano del termine. Sapevano che il Ragnarök sarebbe arrivato — la battaglia finale, il crepuscolo. Eppure continuavano a combattere, a costruire, a custodire. Odino raccoglieva i guerrieri caduti nell’Einherjar non per nostalgia, ma per preparazione: perché ogni epoca ha il suo campo di battaglia, e chi non tiene viva la memoria dei propri eroi è destinato ad affrontarlo disarmato.

Lo scudo non è un’arma offensiva. È la prima cosa che un guerriero impugna quando vuole proteggere qualcosa che vale più della propria vita. La spada viene dopo — quando lo scudo non basta, quando il nemico non si accontenta di passarti accanto ma vuole entrare in casa tua, rinominarti, ridefinire chi sei e cosa rappresenti.

Il Selvaggio è

Scudo e spada di Siena. Prima la protezione — della memoria, dell’identità, della comunità. Poi, quando necessario, la risposta.


Le radici profonde

I Vichinghi non erano i barbari distruttori che la vulgata illuminista ha consegnato ai posteri. Erano costruttori di comunità, custodi di tradizioni orali, navigatori che portavano con sé non solo le asce ma i miti, i canti, le genealogie. Ogni clan sapeva da dove veniva. Ogni guerriero conosceva il nome del nonno del nonno. L’identità non era un optional — era la colonna vertebrale senza la quale una comunità si dissolve nel primo vento contrario.

I Longobardi che scesero in Italia nel 568 portarono con sé la stessa concezione: il popolo come organismo vivente, radicato nel sangue e nella terra, capace di assorbire culture diverse senza perdere se stesso. La Toscana medievale — Siena compresa — è figlia anche di quella sintesi. Lo stemma della Balzana, il bianco e il nero del Palio, le contrade come micro-comunità con proprie tradizioni, propri santi, proprie memorie: tutto questo è, nella sostanza, la stessa idea norrena applicata al Mediterraneo.

L’identità come scudo. La tradizione come armatura. La memoria come spada che non arrugginisce.
— Il Selvaggio, Siena

Il dopoguerra e la ferita che non si è mai chiusa

Poi arrivò la Resistenza. E con essa, nella sua versione più ideologicamente carica, qualcosa che avrebbe dovuto essere liberazione e divenne invece il prologo di una guerra civile mai ufficialmente dichiarata ma mai davvero conclusa.

I fatti sono noti agli storici, meno al grande pubblico: nelle settimane e nei mesi successivi al 25 aprile 1945, in Toscana come in Emilia, in Veneto come in Liguria, si consumarono centinaia di esecuzioni sommarie di civili, ex fascisti, persone scomode o semplicemente nemici personali di chi in quel momento deteneva il potere delle armi. Non fu solo epurazione. Fu, in molti casi, regolamento di conti politico, liquidazione di avversari, occupazione del territorio attraverso la violenza.

Sergio Ramelli fu ucciso nel 1975, trent’anni dopo. A colpi di chiave inglese, a Milano, a diciannove anni. Non era un criminale. Era un ragazzo con le sue idee. Morì perché le aveva espresse. Il meccanismo era lo stesso del dopoguerra: chi la pensa diversamente non va confutato, va eliminato — fisicamente, culturalmente, socialmente.

Quella ferita non si è mai chiusa. Si è solo camuffata.


Siena, oggi: l’eterna guerra civile proclamata dalle sinistre

La scena è recente. Piazza Tolomei, Siena, maggio 2026. Un presidio antifascista — studenti universitari, collettivi, comitati civici — alza striscioni contro “la normalizzazione del fascismo”. Il pretesto è reale: tredici minorenni indagati per propaganda di odio, contenuti nazisti, materiale pedopornografico. Una vicenda grave, incontestabile.

Ma il meccanismo è antico. Nel calderone finisce tutto: i minorenni delle chat, CasaPound, Il Selvaggio, chiunque non si riconosca nel perimetro culturale della sinistra senese. Il nemico deve essere uno solo, vasto, intercambiabile. Altrimenti il presidio perde senso.

Eppure eccolo lì, nello striscione, accanto ai nomi delle cose davvero pericolose. Perché nell’eterna guerra civile proclamata dalle sinistre locali non conta quello che fai — conta quello che sei, o meglio, quello che decidono che tu sia.


Lo scudo: la memoria come atto politico

Il Selvaggio ha ottenuto l’intitolazione di un parco cittadino a Norma Cossetto — studentessa istriana, Medaglia d’Oro al Merito Civile, infoibata nel 1943. Ha lanciato la proposta di intitolare uno spazio pubblico a Sergio Ramelli. Ha organizzato serate su Amedeo Guillet, su Fiume e D’Annunzio, su Maggio ’45.

Queste non sono provocazioni. Sono atti di custodia della memoria — esattamente come i Vichinghi che recitavano le saghe dei caduti perché non andassero perduti, esattamente come i guerrieri dell’Einherjar che si tenevano pronti per la battaglia finale non per violenza ma per fedeltà.

Prima difendi quello che hai. Prima tieni vivo ciò che rischia di essere cancellato — non dalle fiamme ma dall’oblio programmato, dall’operazione culturale sistematica che da ottant’anni lavora a ridefinire chi sono i buoni e chi sono i cattivi della storia italiana, con buona pace della complessità e della verità.
— Lo scudo, appunto

La spada: la risposta che non si arrende

E poi c’è la spada. Che non è la violenza — quella appartiene a chi manda i propri militanti con le chiavi inglesi o costruisce liste di nemici da eliminare. La spada de Il Selvaggio è la parola. È la presenza. È il sito www.ilselvaggio.it costruito con la stessa ostinazione silenziosa con cui si leviga il legno di uno scudo — ottimizzato, indicizzato, semanticamente ramificato, perché le idee che contiene possano essere trovate, lette, contrastate se necessario, ma non ignorate.

È la lettera formale ai Sindaci di Siena e Buonconvento. È il corso di chitarra del lunedì sera. È la pala in mano durante l’alluvione. È l’editoriale scritto alle tre di notte da una provincia lontana da Siena, da chi crede che valga ancora la pena costruire presidî digitali dignitosi in un’epoca in cui il pensiero unico ha colonizzato gli algoritmi.


Il crepuscolo che non viene

Nel mito norreno, al Ragnarök anche gli dèi muoiono. Ma prima di morire combattono. E dopo di loro, dalla terra che riaffiora, nasce un mondo nuovo — non nonostante il loro sacrificio, ma grazie ad esso.

Il Selvaggio non proclama apocalissi. Non annuncia crepuscoli. Costruisce, giorno dopo giorno, un pezzo di comunità che sa da dove viene e sa cosa vuole proteggere. Uno spazio fisico in via Santa Caterina 54. Uno spazio digitale su www.ilselvaggio.it . Uno spazio civico dentro Siena e dentro la storia.

In sintesi

Scudo e spada di Siena. Non perché cerchi battaglia. Ma perché sa che la battaglia, prima o poi, viene a cercare chi non vuole arrendersi.


Commenti

Post popolari in questo blog

Donazioni
Parole chiave correlate