Cervelli in fuga
Cervelli in fuga
Perché tanti lasciano l'Italia: denaro, meritocrazia e una scelta che pesa sulla vita di tutti i giorni
Non stiamo a dare numeri e statistiche per fare un po' di scena: i numeri danno una dimensione oggettiva del problema, della realtà, ma non ci fanno capire perché ci siano quei numeri rispetto ad altri.
Parliamo davvero del fenomeno, e delle principali motivazioni che sono prettamente due: una evidentissima, una più subdola e latente, ma che nessuno menziona per scomodità sotto molti punti di vista.
La prima ragione: il denaro
Il primo motivo, lampante, che salta agli occhi è la disparità di guadagno tra il lavorare per una società italiana e lavorare all'estero. E la differenza è vergognosa, ma ormai è risaputo: un fenomeno comune in tutte le realtà e nessuno ormai ci fa quasi caso. È prassi accettata.
Questo fenomeno ha due ragioni di esistere: in Italia la disoccupazione è alta e chi non ha lavoro deve adeguarsi a quella che è l'offerta; dall'altra parte, i datori di lavoro su questo problema ci sguazzano, perché così possono scegliere tra molte opportunità, con la garanzia che spenderanno sempre pochissimo a prescindere.
Se poi ci aggiungiamo che magari una persona ha già una famiglia, figli iscritti a scuola, moglie impiegata in loco, quel povero disgraziato non ha molte chance di potersi creare una vita dignitosa all'estero, e sceglie di sacrificarsi per non creare dissapori familiari.
La stragrande maggioranza degli italiani accetta questa realtà, quindi perché rimarcarla sempre? È un dato di fatto, appurato e accettato. Sì, magari al bar ci si lamenta con gli amici, se ne parla con la barista, che a sua volta si lamenterà degli aumenti della merce e delle tasse per tenere in piedi l'attività. Ma è diventato un mal comune, mezzo gaudio.
Da un'altra parte, però, ci sono dei ragazzi, sempre più spesso anche adulti, magari divorziati che vogliono rifarsi una vita a condizioni migliori, che hanno capito questa trappola infernale e scelgono di andare via: i cosiddetti cervelli in fuga.
La seconda ragione: la paura della persona intelligente
Ad acuire questa fuga c'è anche un secondo motivo, più nascosto, meno discusso, poco affrontato, perché tocca le corde personali della maggioranza delle persone. Quindi nessuno vuole metterlo in evidenza.
Lo si prende alla lontana parlando di meritocrazia, sciorinando luoghi comuni e cercando di banalizzare il problema, perché affrontarlo seriamente comporta mettersi tutti in discussione: dall'ultimo operaio che vive al confine con la Svizzera al più grosso industriale che opera in larga scala su tutto il territorio.
Oggi le ditte, le imprese e le società non prediligono persone intelligenti: vogliono persone che abbiano esperienza in quel lavoro, che sappiano svolgerlo correttamente così non devono perdere due giorni a mostrare l'incombenza, e che obbediscano agli ordini.
Una persona intelligente apprende subito, è assodato, quindi non si perderebbe molto tempo nel formarla. Ma ha un difetto: pone domande, cerca di capire, quando qualcosa non funziona lo fa notare. Tutte cose che alle persone normali sembrano strane, e ai titolari, ai capi, questa cosa non piace.
Preferiscono avere un automa che rispetta le consegne, prende le classiche due lire e sta zitto, piuttosto che una persona intelligente che magari può dare un'idea eccellente su come migliorare l'intero reparto. Ma solo il fatto di esprimere quell'idea eccellente, per direttori, vice direttori o imprenditori stessi è vista come un oltraggio personale prima che professionale.
Questi ultimi sono quelli che più apportano valore, e che appunto stanno apportando valore all'estero, che cresce, lasciando l'Italia in mano alla mediocrità, che infatti non cresce più da decenni.
Non lo dico io: lo dicono i numeri.

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