Scuola & Società · Cronaca politica
A Cesena basta un tricolore
per scatenare la caccia alle streghe
Uno striscione con scritto «Italia agli italiani» provoca provvedimenti disciplinari, accuse di razzismo e lezioni sull'inclusione. Ma quando a Parma erano i professori a non voler sanzionare, era tutto diverso.
«Il problema non è l'odio. Il problema è che ci sono ancora studenti che non hanno paura di dire Italia, identità, nazione.»
Il precedente di Parma: «Educhiamo, non sanzioniamo»
Per capire l'episodio di Cesena occorre tornare indietro di qualche mese, alle aule e ai corridoi di Parma. In quella città, studenti di destra avevano compiuto gesti o esposto simboli giudicati da alcuni «provocatori»: la risposta di una parte del corpo docente era stata, però, di segno opposto a quello che ci si potrebbe aspettare. «La scuola educa, non sanziona» — questa la sintesi delle dichiarazioni di molti professori, accompagnate da lunghe dissertazioni sul primato del dialogo sulla punizione disciplinare.
Parole che vennero riprese da giornali, trasmissioni televisive e social, consacrate come esempio di pedagogia progressista: la scuola come luogo di confronto, non di repressione; l'insegnante come facilitatore, non come giudice. Un modello, si disse, da imitare.
Peccato che quei medesimi principi si rivelino sorprendentemente elastici, capaci di restringersi o allargarsi a seconda di chi tiene in mano lo striscione.
Cesena: uno striscione, una caccia alle streghe
A Cesena un gruppo di studenti del Blocco Studentesco ha esposto uno striscione con la scritta «Italia agli italiani». Tre parole — o quattro, se si conta l'articolo — che sarebbero parse banali su un campo di calcio o in una pagina di storia patria, ma che all'interno di un istituto scolastico hanno innescato una reazione immediata e sproporzionata.
La macchina disciplinare si è messa in moto con insolita velocità: provvedimenti formali, accuse di razzismo, convocazioni. Professori che qualche mese prima invocavano la pedagogia del confronto si sono trasformati d'improvviso in decisi sostenitori della sanzione disciplinare. Lo stesso sistema che a Parma aveva scelto l'indulgenza ha optato, questa volta, per la durezza.
La domanda, dunque, non è se quello striscione fosse opportuno o meno: la domanda è perché il metro cambia così radicalmente a seconda del colore politico di chi lo impugna.
Il doppio standard: due pesi, due misure
Parma — Studenti di destra
Professori invocano il dialogo. «La scuola educa, non sanziona.» Nessun provvedimento disciplinare. Ampia copertura mediatica elogiativa.
Cesena — Blocco Studentesco
Striscione «Italia agli italiani». Reazione immediata: provvedimenti disciplinari, accuse di razzismo, prediche sull'inclusione.
Il meccanismo del doppio standard è, in fondo, la più antica delle ipocrisie politiche. Si applica un principio quando conviene e lo si abbandona quando scomoda. Nel caso dell'istruzione italiana, questo meccanismo si è reso visibile con una chiarezza quasi didattica — ironia della sorte per un luogo che si occupa di formare le menti dei giovani.
L'inclusione predicata da certi ambienti scolastici è, a ben vedere, un'inclusione selettiva: accoglie chi la pensa allo stesso modo e respinge — con procedure disciplinari, se necessario — chi osa discostarsi dal pensiero dominante. Non è pluralismo: è egemonia culturale travestita da tolleranza.
Il problema non è l'odio: è l'identità nazionale
Vale la pena soffermarsi sul contenuto dello striscione. «Italia agli italiani» è uno slogan che attraversa decenni di storia, certamente carico di valenze politiche, certamente interpretabile in chiave nazionalistica. Ma è davvero odio? O è semplicemente l'affermazione di un'identità — quella italiana — che per alcuni dovrebbe essere tabù?
Il Blocco Studentesco lo dice esplicitamente: il vero problema agli occhi di certi docenti non è la violenza, non è il conflitto, non è l'intolleranza. Il problema è che ci siano ancora giovani disposti a rivendicare con orgoglio il concetto di nazione, di identità, di appartenenza. Parole che a sinistra evocano fantasmi, ma che per una parte crescente degli studenti rappresentano semplicemente la realtà della propria vita.
Chi trema davanti a un tricolore, chi vede razzismo in ogni affermazione di identità nazionale, chi usa lo strumento disciplinare come randello ideologico — non sta difendendo i deboli. Sta difendendo il proprio monopolio sul significato delle parole.
Una scuola per tutti, o solo per alcuni?
La scuola pubblica italiana è — o dovrebbe essere — un luogo di formazione libera, in cui le ideas si confrontano e si misurano con la realtà. Non un recinto ideologico sorvegliato da custodi del pensiero corretto.
Quando i professori di Parma dicevano «educhiamo, non sanzioniamo», avevano torto o ragione? La risposta dipende, a quanto pare, da chi sta dall'altra parte. Questo è esattamente il punto: una scuola che applica regole diverse a seconda dell'identità politica degli studenti non è una scuola aperta. È una scuola di parte.
E le parole d'odio — quelle vere, quelle che feriscono persone reali — non si combattono con la selezione ideologica dei provvedimenti disciplinari. Si combattono con la coerenza, con l'esempio, con quella credibilità morale che si guadagna solo applicando gli stessi principi a chiunque, sempre.
Provvedimenti disciplinari, accuse di razzismo, lezioni non richieste da chi predica inclusione ma tollera solo il pensiero unico. Il problema, evidentemente, non è l'odio. Il problema è che ci sono ancora studenti che non hanno paura di dire Italia, identità, nazione. Le parole d'odio le lasciamo a chi trema davanti a un tricolore. Noi non abbiamo nulla da rinnegare.

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