Editoriale · Giustizia · Toscana · 6 luglio 2026
Carceri allo sfascio: quando lo Stato abbandona chi lo serve e chi ci finisce dentro
L'ultima onta: materassi a terra come "soluzione"
Il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, attraverso il Provveditorato regionale della Toscana, ha inviato ai direttori delle carceri toscane una circolare che autorizza, nei casi più gravi di sovraffollamento, l'uso di tutti gli spazi disponibili fino al raggiungimento del limite indicato e, se necessario, anche oltre, ricorrendo come misura estrema e provvisoria alla collocazione di brande o materassi a terra.
Chiamiamola con il suo nome: è la certificazione ufficiale, scritta nero su bianco da chi dovrebbe governare il sistema, del fallimento totale della politica penitenziaria italiana. Non un incidente isolato, non un'emergenza improvvisa e imprevedibile, ma l'ennesimo tassello di una gestione che da anni scarica sul territorio, sul personale e sui detenuti stessi le conseguenze di scelte politiche fatte altrove, a Roma, senza mai pagarne il conto.
"Pura follia": la voce di chi lavora in trincea
Il segretario regionale della Uil Fp Polizia Penitenziaria, Eleuterio Grieco, ha definito la direttiva "pura follia", sottolineando come il rispetto della dignità umana e della salute sia un principio costituzionalmente tutelato che nessuno può mettere in discussione.
E ha ragione, senza sconti. Ma la domanda vera è un'altra, e nessuno a Roma sembra volersela porre: perché è sempre il personale in divisa, il poliziotto penitenziario lasciato solo su un corridoio con il doppio dei detenuti previsti, a dover reggere il peso di decenni di scelte scellerate su immigrazione incontrollata, mancata differenziazione dei circuiti detentivi e assenza totale di programmazione? Non è più tollerabile che chi indossa una divisa dello Stato debba ogni giorno inventarsi soluzioni "di fortuna" per rimediare all'incapacità di chi dovrebbe pianificare.
Sollicciano: il simbolo di un sistema al collasso
Per capire la portata del disastro basta guardare a cosa è successo nelle settimane precedenti a Firenze. Il carcere di Sollicciano è stato colpito da un provvedimento della magistratura fiorentina che ha portato al sequestro di sette sezioni per gravi carenze igienico-sanitarie, con il conseguente trasferimento di oltre duecento detenuti verso altri istituti della regione.
Il Garante dei detenuti della Toscana, Giuseppe Fanfani, ha descritto la struttura come "strutturalmente fatiscente" e priva delle funzioni minime previste dalla finalità rieducativa della pena — niente laboratori, niente attività di preparazione al lavoro, il vuoto totale. È la fotografia impietosa di uno Stato che si è completamente disinteressato di un pezzo essenziale della propria sovranità: la capacità di far scontare una pena in condizioni dignitose e, soprattutto, di farla scontare a chi deve davvero starci, senza scaricare il problema su chi lavora dentro quelle mura.
Il dato citato dallo stesso Fanfani sul sovraffollamento medio della regione — attorno al 136% della capienza regolamentare — non è un numero astratto: è la misura esatta di quanto lo Stato abbia smesso, da tempo, di fare il suo mestiere più elementare.
Una crisi che nessuno vuole guardare in faccia fino in fondo
Le organizzazioni sindacali del settore denunciano da mesi una crisi strutturale ben più ampia di un singolo istituto. L'OSAPP, per voce del segretario generale Leo Beneduci, ha più volte segnalato l'assenza di una direzione regionale stabile e un aumento delle aggressioni al personale in diversi istituti toscani, da Pisa a Prato, da Livorno a Massa. Aggressioni quotidiane, normalizzate, quasi archiviate come rischio di mestiere invece che come emergenza nazionale da affrontare con decisione.
Le stesse organizzazioni hanno chiesto al Governo la nomina di un nuovo vertice per il Dap, definendo la situazione della Toscana penitenziaria come sul punto di esplodere, con il rischio concreto che situazioni identiche si ripetano presto in altre regioni. Non ci vuole un'analisi sofisticata per capire che il problema non si risolve con un cambio di poltrona: serve una svolta vera, che rimetta al centro sicurezza, ordine e la certezza che chi delinque sconti la pena in strutture adeguate, non in un sistema che scoppia sotto il peso della propria stessa incapacità di programmare.
Sul fronte istituzionale, il Ministero della Giustizia ha reso noto che sono già stati stanziati 9 milioni di euro per la riqualificazione complessiva di Sollicciano, con l'aggiudicazione della progettazione dei lavori avvenuta lo scorso 15 maggio. Bene, ma tardi, e comunque non basta: un intervento edilizio su un solo istituto non risponde al problema di fondo, che è nazionale, strutturale, e affonda le radici in decenni di politiche migratorie e penali miopi che hanno riempito le celle senza mai chiedersi come e dove.
La nostra lettura
Non ci interessa la retorica rassicurante di chi minimizza parlando di "misura provvisoria". I materassi stesi a terra in una cella sovraffollata sono l'immagine plastica di uno Stato che ha smesso di governare l'ordine pubblico e la sicurezza dei propri territori, e che scarica il conto su chi lavora ogni giorno dentro quelle mura e su chi vive accanto a quelle strutture. Servono risposte immediate e drastiche: potenziamento reale degli organici di polizia penitenziaria, differenziazione seria dei circuiti detentivi, e soprattutto il coraggio politico di affrontare senza ipocrisie il nodo di una popolazione carceraria gonfiata da anni di gestione irresponsabile dei flussi migratori e della sicurezza nazionale. Fino a quando la politica continuerà a guardare altrove, saranno sempre gli agenti in divisa e i cittadini a pagare il prezzo più alto di questa resa dello Stato.
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