Il Feticcio di Report e la Strategia della Tensione Digitale: Oltre gli Arresti del Caso Ranucci
L'ondata di arresti odierni, scattata per sventare il progetto di attentato contro Sigfrido Ranucci, impone una riflessione che supera i confini della semplice solidarietà formale o della cronaca giudiziaria. Mentre le forze dell'ordine scavano nella penombra per individuare i mandanti di un'azione che puzza di logiche stragiste e criminali d'altri tempi, la politica di palazzo si affretta a recitare il solito canovaccio. Ma per chi analizza i flussi di potere senza i paraocchi del conformismo, la faglia è molto più profonda.
La posizione del nostro ambiente di riferimento è netta, chirurgica: nessuna indulgenza, nessun ammiccamento a metodi mafiosi o a derive clochardistiche della violenza protetta dall'anonimato. La condanna del terrorismo — sia esso di matrice criminale, politica o di apparato — è totale, perché la nostra trincea si difende a viso aperto, nelle piazze e nelle idee. Chi arma le ombre, chi pianifica agguati ai danni di un giornalista, lavora oggettivamente per il consolidamento dello Status Quo, regalando la palma del martirio a un sistema che non aspetta altro per blindarsi.
"La condanna del disegno criminale contro Ranucci è indiscutibile. Ma il rifiuto delle armi della malavita non ci rende ciechi di fronte alla funzione reale del giornalismo d'inchiesta spettacolarizzato: un tritacarne mediatico che confonde i sintomi con la malattia."
Il doppio binario: La condanna del sangue, la critica del metodo
Chiarito il perimetro della legalità e dell'onore politico, l'indagine deve farsi spietata sulla figura mediatica. Personaggi come Ranucci non operano nel vuoto pneumatico. La narrazione di *Report*, pur sollevando talvolta veli su opacità amministrative reali, agisce come una sorta di valvola di sfogo del sistema stesso. È il giornalismo inteso come dispositivo di distrazione di massa: si colpiscono i singoli scandali, le piccole consorterie, la corruzione di basso profilo, per evitare che lo sguardo del cittadino si posi sui reali sommovimenti internazionali, sulle cessioni di sovranità e sui veri competitor industriali che stanno cannibalizzando il Paese.
C'è una profonda asimmetria in questo modo di fare informazione. Si accendono i riflettori sui movimenti identitari o sulle nomenclature locali, ma si stende un velo di silenzio complice sui grandi network finanziari, sulle dinamiche belliche globali che ci vedono subalterni e sulle infiltrazioni straniere nei nostri asset strategici. La cybersecurity, il dossieraggio privato, il controllo dei dati: tutto viene ridotto a "colore" o a colpa individuale, mai a problema strutturale di uno Stato privato dei suoi strumenti sovrani di difesa.
I mandanti nell'ombra e il ruolo dello Stato
Mentre i magistrati cercano i mandanti dell'attentato tra le pieghe della criminalità organizzata o di schegge impazzite del sottobosco politico, la nostra analisi evidenzia un dato politico macroscopico: la vulnerabilità dei corpi intermedi e l'uso politico della magistratura e dell'informazione. Quando uno Stato delega la sorveglianza etica della nazione a una trasmissione televisiva, significa che le istituzioni hanno abdicato al proprio ruolo di controllo.
Noi non difendiamo Ranucci in quanto apostolo di una verità che spesso appare parziale e mirata; difendiamo il principio per cui la critica, anche la più dura e radicale, deve rimanere sul piano dell'intelligenza e del confronto aperto. Chi cerca la scorciatoia della violenza dimostra solo la propria impotenza ideale.
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