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Mino Maccari vs Ipocrisia Woke

Retrospettive · Costume e memoria

Il caso Maccari: quando l'Italia non chiedeva ancora il patentino

Dalla Marcia su Roma al Premio Feltrinelli, passando per Forte dei Marmi: la parabola di un intellettuale che il dopoguerra seppe accogliere senza processi sommari.

Rubrica: Ritratti scomodi Argomento: Mino Maccari, 1898–1989 Lettura: 6 min

C'è un nome che oggi, pronunciato nei salotti giusti, farebbe storcere più di un naso: Mino Maccari. Senese, ufficiale d'artiglieria nella Grande Guerra, presente alla Marcia su Roma del 1922, direttore per quasi vent'anni — dal 1924 al 1942 — della rivista dichiaratamente fascista Il Selvaggio. Eppure lo stesso uomo, nel pieno degli anni Sessanta e Settanta, viene insignito dei riconoscimenti più prestigiosi della cultura italiana. Nessun comitato etico si oppose. Nessuno chiese un attestato di redenzione firmato in triplice copia.

Un curriculum che oggi sarebbe un caso nazionale

Non si tratta di un simpatizzante occasionale o di un compagno di strada distratto. Maccari fu tra gli animatori dello squadrismo toscano e, come ricordano i suoi biografi, riteneva che lo squadrismo non dovesse smobilitarsi finché non fosse stato completamente annientato il vecchio Stato borghese. Nel 1928 pubblicò Il Trastullo di Strapaese, una raccolta di canzoni fasciste che le cronache ricordano per un dettaglio non da poco: il volume venne sequestrato più volte ad Antonio Gramsci durante la sua detenzione.

Diresse Il Selvaggio — rivista che si definiva essa stessa fascista, rivoluzionaria e antiborghese — per quasi due decenni, fino al 1942, in piena guerra. Non un episodio giovanile, dunque, ma un impegno lungo, coerente, dichiarato.

E poi, semplicemente, l'Italia lo premia

Il punto non è discutere il suo indiscusso talento di pittore, incisore e caricaturista — quello resta fuori questione. Il punto è la naturalezza istituzionale con cui la Repubblica, appena una quindicina d'anni dopo la caduta del regime, lo colloca ai vertici della propria macchina culturale.

  1. 1959 — Nominato direttore dell'Accademia di Belle Arti di Roma.
  2. 1962 — Eletto presidente dell'Accademia Nazionale di San Luca, una delle massime istituzioni artistiche italiane.
  3. 1963 — Vince il Premio Antonio Feltrinelli per la Pittura, tra i riconoscimenti più ambiti del Paese, assegnato dall'Accademia dei Lincei.
  4. 1973 — È il primo vincitore assoluto del Premio Satira di Forte dei Marmi, che da lui in poi diventa un appuntamento fisso della cultura italiana.

Nessuna epurazione postuma, nessuna retromarcia degli enti, nessuna gogna mediatica riaperta a ogni anniversario. La sua storia fascista era nota, documentata, mai nascosta — e non impedì affatto la piena reintegrazione nel tessuto culturale nazionale.

Il Paese che accolse Maccari sapeva perfettamente chi stava premiando. Semplicemente, non riteneva che il giudizio storico dovesse trasformarsi in un marchio a vita. Il Selvaggio — Redazione

Allora e oggi: due modi di fare i conti col passato

Italia, anni '60–'70

  • Il passato fascista di un intellettuale è un fatto storico, non un'ipoteca perenne
  • I premi si assegnano guardando l'opera, non il fascicolo biografico
  • La reintegrazione culturale non richiede abiure pubbliche rituali
  • Il dibattito è aspro ma non produce liste di proscrizione

Discorso pubblico contemporaneo

  • Si invoca spesso un'idoneità morale preventiva, quasi un requisito d'accesso
  • Il sospetto ideologico precede talvolta la valutazione del merito
  • Riemergono retroattivamente vicende già storicamente definite
  • Il confronto rischia di scivolare dalla critica storica alla squalifica personale

Il vero interrogativo

Non si tratta di riabilitare nulla: la storia di Maccari resta quella che è, documentata nero su bianco dalle sue stesse pubblicazioni. Il punto è un altro, ed è più scomodo: come mai un Paese uscito da vent'anni di dittatura e da una guerra civile riuscì, nel giro di una generazione, a discutere di arte senza trasformare ogni giudizio estetico in un tribunale ideologico? È una domanda che vale la pena porsi, oggi più che mai, prima di distribuire patentini di agibilità culturale a chi la pensa diversamente.

— La Redazione, Il Selvaggio

Il Selvaggio · ilselvaggio.it · Associazione Socioculturale "Il Selvaggio", Siena

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